La sicurezza del software non è un optional: è un requisito fondamentale. Con l'aumento delle minacce informatiche e delle normative sempre più stringenti, progettare applicazioni sicure è una responsabilità che nessun team di sviluppo può ignorare (così come per gli amministratori di sistema). Ma come garantire che un software sia davvero sicuro e in grado di resistere agli attacchi?
In questo articolo approfondiamo gli 11 principi (+1) chiave di design della sicurezza, un riferimento essenziale per sviluppatori, software architect e team IT che vogliono costruire soluzioni affidabili, conformi e resilienti.
Negli ultimi anni, gli attacchi informatici sono aumentati in modo esponenziale, colpendo aziende di ogni dimensione e settore. Le conseguenze? Perdita di dati sensibili, danni reputazionali, sanzioni economiche e interruzioni operative. La sicurezza non può più essere considerata una fase “post-sviluppo”: deve essere parte integrante del design del software fin dall’inizio.
Un approccio proattivo alla cybersecurity consente di:
Negli ultimi anni, il quadro normativo in materia di sicurezza informatica è diventato sempre più stringente e centrale per le aziende di ogni settore. Non si tratta più di linee guida ignorate o di regolamenti lasciati sulla carta: oggi sanzioni, ammende e provvedimenti sono realtà concrete e sempre più applicate. Le imprese che trascurano l’adozione di strutture organizzative e processi adeguati si espongono a costi elevati, perdita di fiducia da parte della propria supply chain e dei clienti finali, oltre a danni reputazionali difficili da recuperare.
Non è più possibile relegare la sicurezza a un angolo del progetto, trattandola come un’aggiunta marginale o da valutare solo in caso di budget residuo. Nel 2025, non può più esistere la scusa del “non abbiamo budget” quando si parla di protezione dei dati e conformità.
Un altro errore frequente è credere di non essere un obiettivo interessante per gli attaccanti. Si tratta di un bias pericoloso: la verità è che oggi nessuna organizzazione è troppo piccola o troppo invisibile per essere ignorata dai cybercriminali. Non è una questione di probabilità, ma una certezza con cui fare i conti.
Ecco perché è fondamentale partire da basi solide. Scopriamo ora quali sono i principi cardine per progettare un software realmente sicuro, in grado di resistere alle minacce e garantire affidabilità nel tempo.
Le configurazioni di default di un sistema devono sempre essere orientate alla sicurezza. Non bisogna mai dare per scontato che l’utente finale configuri tutto correttamente: spetta allo sviluppatore offrire impostazioni sicure già pronte all’uso.
Un sistema sicuro per impostazione predefinita riduce drasticamente il rischio di errori umani e di esposizione accidentale dei dati.
Tutti i sistemi (o processi) sono destinati, prima o poi, a fallire. La differenza sta nel come falliscono. Un software ben progettato deve garantire che, anche in caso di errore, la sicurezza non venga compromessa.
I concetti trattati in questo articolo, per quanto delineati in modo generale, devono essere adattati in base al contesto in cui vengono applicati, che si tratti di un ambiente digitale o fisico. Per chiarire meglio la differenza, possiamo fare qualche esempio concreto: in ambito digitale, se vogliamo garantire Confidenzialità e Integrità (due dei tre pilastri della nota "CIA Triad") tramite un firewall, in caso di anomalie il sistema dovrebbe interrompere tutte le comunicazioni. Un esempio simile è ciò che accade quando un processo viola il proprio spazio di memoria e Windows mostra il classico BSOD (Blue Screen Of Death).
Nel mondo fisico, invece, possiamo applicare questo principio a un sistema che gestisce le porte di un'azienda. In caso di guasto, le persone devono poter uscire, perché la loro incolumità ha un valore superiore rispetto agli asset aziendali. Qui si parla di approcci Fail-Open o Fail-Safe: le porte non si bloccano, ma continuano a consentire il passaggio degli utenti. In questo caso, viene data priorità alla Disponibilità, mantenendo sempre il riferimento alla Triade della sicurezza.
La complessità è nemica della sicurezza. Ogni funzione superflua, ogni riga di codice non essenziale, rappresenta una potenziale porta d’ingresso per attaccanti. Il principio KISS (Keep It Simple, Stupid) vale anche per la cybersecurity.
Un design essenziale è più facile da controllare, da testare e da mantenere sicuro nel tempo.
Nel mondo digitale moderno, fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. L’approccio Zero Trust parte dal presupposto che nessun utente, dispositivo o rete sia intrinsecamente sicuro, nemmeno quelli interni all’organizzazione.
In questo particolare momento storico dell'information technology, non è più possibile applicare la famosa massima dell'ex presidente Reagan: "Trust but verify". Oggi, infatti, non possiamo più permetterci di operare con un livello di fiducia implicita. L'approccio giusto, ormai consolidato, è quello del "Zero Trust", come descritto nel NIST SP 800-207.
Questo principio riduce l’efficacia di attacchi interni, movimenti laterali e violazioni delle credenziali.
Ogni funzionalità deve essere pensata con la privacy al centro. Questo principio, formalizzato anche dal GDPR, impone che la protezione dei dati personali sia integrata fin dalle prime fasi di progettazione.
La privacy non è solo una questione di conformità normativa, ma un elemento essenziale per costruire e mantenere la fiducia dei clienti. Un approccio strutturato, come quello delineato nel Privacy by Design Framework di Ann Cavoukian, offre spunti preziosi per integrare la protezione dei dati fin dalle prime fasi di sviluppo. Anche il Global Privacy Standard (GPS), adottato in parte dal GDPR, fornisce linee guida fondamentali per garantire che la privacy sia trattata come un principio cardine e non come un mero adempimento.
SASE è un’architettura moderna che combina servizi di rete e sicurezza in un’unica piattaforma cloud-native, rendendo più sicuro l’accesso a dati e applicazioni da qualunque luogo.
Perfetto per ambienti ibridi, lavoro da remoto e infrastrutture distribuite, il Zero Trust Network Access (ZTNA) si integra in modo sinergico con l’architettura Secure Access Service Edge (SASE). Questa combinazione permette di ottenere una protezione avanzata, garantendo accessi sicuri e controllati alle risorse aziendali, indipendentemente dalla posizione degli utenti o dei dispositivi.
Prevedere come un attaccante potrebbe sfruttare il sistema permette di anticipare le contromisure. La difesa in profondità (chiamata anche a compartimenti, silos, realms,etc.) prevede l’adozione di più livelli di protezione complementari, così da rallentare, rilevare e bloccare un attacco prima che causi danni.
Non esiste una soluzione unica: servono più barriere per garantire la resilienza. Anche la differenziazione dei vendor e quindi dei prodotti utilizzati può essere un ulteriore elemento da considerare nell’applicazione del framework in esame.
Ogni utente, sistema o processo dovrebbe avere solo i permessi strettamente necessari per svolgere le sue funzioni. Allo stesso modo, compiti critici devono essere suddivisi tra più persone per prevenire abusi.
L’applicazione rigorosa del principio di minimizzazione dei privilegi consente di ridurre sensibilmente il rischio di errori, abusi di potere e violazioni interne. Oltre a migliorare la governance, questo approccio contribuisce direttamente alla tutela di due componenti fondamentali della CIA Triad: l’integrità e la confidenzialità delle informazioni.
È importante chiarire che la limitazione degli accessi non riguarda solo la consultazione dei dati, ma si estende anche ai sistemi. Un esempio pratico può essere il controllo degli accessi fisici ai reparti aziendali dove vengono gestite informazioni sensibili, oppure ai server aziendali. Lo stesso principio si applica a livello software: ogni processo deve essere eseguito nel contesto dell’account strettamente dedicato al servizio o all’applicazione in questione.
Eseguire un servizio con un account dotato di privilegi amministrativi espone l’intera infrastruttura a un rischio elevato. In caso di compromissione, un attaccante potrebbe ereditare quei privilegi e causare danni potenzialmente devastanti.
La sicurezza non è (solo) un problema del reparto IT. Deve essere una responsabilità collettiva che coinvolge sviluppatori, sysadmin, utenti finali e fornitori.
Una squadra consapevole è il primo firewall contro gli attacchi.
Ogni input proveniente dall’esterno — sia esso da parte dell’utente, da un’API o da un file — deve essere rigorosamente validato e filtrato. La mancata validazione è alla base di molti attacchi noti.
Questa semplice accortezza può prevenire vulnerabilità critiche come SQL Injection o Cross-Site Scripting (XSS).
Il principio della segregazione dei compiti (Segregation of Duties - SoD) è fondamentale per evitare che una singola persona possa avere il controllo completo su funzioni critiche o sistemi sensibili. Questo approccio consente di distribuire le responsabilità, creando un meccanismo di controllo incrociato — una sorta di sistema di “check and balance” — in cui più figure collaborano, supervisionandosi a vicenda nello svolgimento delle attività.
L’obiettivo è rendere estremamente difficile, per un singolo individuo, agire in modo doloso o anche solo commettere errori che compromettano la sicurezza del sistema, sia a livello operativo che strategico. L’integrazione di strumenti di detection e reporting rafforza ulteriormente la postura di sicurezza, rendendo più tempestiva l’individuazione di comportamenti anomali.
Queste pratiche, in realtà, non sono nuove: molte aziende le applicano già in ambiti come la contabilità, dove chi autorizza un pagamento non è mai lo stesso che lo esegue — spesso sono previste più validazioni per ridurre il rischio di frodi o errori.
Un altro concetto da non confondere con la SoD, ma altrettanto centrale, è quello della responsabilità condivisa (Shared Responsibility). Questo modello si applica in vari contesti, dai team IT interni fino alle collaborazioni con CISO, stakeholder e cloud provider. Anche nello sviluppo software o nella gestione dei sistemi operativi, questa logica distribuita deve essere parte integrante della progettazione.
Approfondiremo presto questo argomento in un articolo dedicato: la sicurezza, oggi più che mai, è frutto di un lavoro di squadra.
Anche i sistemi più sicuri possono essere compromessi. Per questo è cruciale avere un piano di recovery solido e testato, in grado di ripristinare i servizi nel minor tempo possibile.
Essere pronti a reagire è spesso ciò che fa la differenza tra una crisi contenuta e un disastro operativo.
Progettare un software sicuro richiede attenzione e metodo. Integrare questi principi sin dalle prime fasi dello sviluppo riduce i rischi di vulnerabilità e garantisce maggiore affidabilità. La sicurezza è un processo continuo e non ammette improvvisazioni, vuoi proteggere i tuoi sistemi e prevenire le minacce informatiche? Affidati ai nostri esperti in cybersecurity: richiedi gratuitamente una consulenza su misura!
Articolo redatto da Domenico Schiavone (Systems Solutions - Solution Center Manager Metisoft)