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Dichiarazione made in: modello e conformità

Scritto da Redazione Metisoft | 25 agosto 2022

In ambito doganale, troviamo due concetti di origine - preferenziale e non preferenziale. Quest’ultima corrisponde al made in, terminologia non utilizzata dal codice doganale, ma comunque diffusa a livello commerciale per dichiarare – e vantare – l’origine di un prodotto.

Oggi parliamo di dichiarazione made in: modello, requisiti e considerazioni sulla conformità.

Dichiarazione made in: cos’è l’origine non preferenziale

Attorno al concetto di origine non preferenziale – o made in – ruotano logiche e misure importanti di politica commerciale; tuttavia, affermare che un prodotto è di origine non preferenziale non permette di usufruire di agevolazione daziarie nell’ambito dell’export. Questo status consente, però, di godere di vantaggi legati alla reputazione del brand e alla percezione a livello globale rispetto al luogo di produzione indicato.

L’articolo 60 del Codice Doganale dell’Unione entra nel merito della definizione di origine, evidenziando i requisiti affinché si possa stabilirla.

Cosa determina l’origine di un prodotto?

Alcune circostanze non lasciano alcun dubbio sull’origine dei prodotti come, ad esempio, la produzione agricola destinata alla vendita in altri Paesi.

In altri casi – ed è qui che l’interpretazione della normativa si fa più complessa – la produzione di prodotti coinvolge più Paesi:

  • quello/i da cui provengono le materie prime

  • quello/i dove si eseguono le diverse lavorazioni e trasformazioni

In queste situazioni, determinare l’effettiva origine del prodotto può essere piuttosto complesso; la normativa interviene, stabilendo che, tra tutte le trasformazioni o lavorazioni, l’origine debba essere attribuita al Paese in cui avvengono le modifiche sostanziali o sufficienti.

Il significato di lavorazione sufficiente

Risalire al luogo in cui la modifica al prodotto ha subito una lavorazione cosiddetta sufficiente non è immediato. Occorre, infatti, cogliere la giusta interpretazione di trasformazione sostanziale, anche attraverso le indicazioni fornite dalla norma.

Per ciascuna categoria di prodotti, sono stati previsti chiari criteri che individuano le lavorazioni sufficienti – da processi produttivi specifici al cambiamento delle voci doganali. Ecco un esempio di determinazione dell’origine di una lavorazione che coinvolge più Paesi.

Un’azienda italiana importa dall’India un tessuto già semilavorato; in Italia, la stoffa viene cucinata e subisce tutte le operazioni manifatturiere necessarie alla sua realizzazione. In questo caso, il prodotto è di origine italiana e può essere commercializzato con l’etichettatura Made in Italy.

L’individuazione del luogo in cui avviene la trasformazione sufficiente del prodotto è un requisito anche per determinare l’origine preferenziale: come distinguerlo dallo status appena descritto?

L’origine delle merci – intesa come made in – serve a individuare il luogo di produzione del bene; l’origine non preferenziale si inserisce all’interno del contesto degli scambi commerciali, riferendosi ai requisiti che le merci devono rispettare per essere importati ed esportati tra i Paesi con cui l’Unione Europea ha stipulato accordi.

Un prodotto può essere di origine non preferenziale, quindi Made in Italy, ma non essere di origine preferenziale perché non rispetta i requisiti necessari per l’attribuzione di questo status.

Dichiarazione made in: modello e considerazioni sulla conformità

Per esportare i beni in Paesi extra UE, l’azienda deve dimostrare di soddisfare i requisiti di origine non preferenziale, richiedendo una certificazione all’organo di competenza. Nel nostro caso, si tratta della Camera di Commercio che fornisce il modello denominato “Certificato di Origine”, la cui responsabilità di compilazione è pienamente in capo all’azienda esportatrice.

Il documento validato permette alle imprese di apporre sui prodotti esportati – e qualunque elemento associato, come comunicazione pubblicitaria o documento commerciale – l’origine del bene.

Un aspetto da non sottovalutare è la dichiarazione mendace, un reato che può assumere diverse sfaccettature a seconda del tipo di frode. Nel caso del nostro Paese, si può incorrere in questi reati:

  • frode in commercio, se si dichiara un’origine non corrispondente alla realtà

  • falsa indicazione di origine, se si dichiara falsamente l’origine italiana

  • falso ideologico, qualora si richieda il Certificato di Origine, mentendo sull’effettiva origine del bene

  • fallace indicazione di origine, se si induce il consumatore a credere di acquistare un prodotto di origine diversa da quella reale

Pur non riservando benefici in termini di riduzione o abolizione di dazi doganali come avviene per l’origine preferenziale, lo status made in è comunque indispensabile per gli scambi commerciali e l’export. Si tratta, infatti, di una condizione necessaria per definire misure di politica commerciale comunitaria e avviare la commercializzazione di beni correttamente etichettati.

Esiste una soluzione per semplificare e garantire la conformità dell’azienda alle disposizioni normative?

Le imprese che si affidano a software automatizzati hanno l’opportunità di attuare un controllo completo sulle attività, verificando il grado di conformità aziendale alle disposizioni in materia di made in. I sistemi integrati offrono piena visibilità su:

  • materie prime

  • provenienza delle forniture

  • Paesi di lavorazione

  • codici doganali

Inoltre, è possibile digitalizzare la documentazione, un vantaggio importante per validare nel tempo le dichiarazioni sull’origine dei prodotti acquistati da fornitori abituali. A questo proposito, è giusto sottolineare che è compito dell’azienda assicurarsi periodicamente che le informazioni in archivio siano valide; anche in questo caso, una soluzione software completa si rivela comunque utile, nella misura in cui permette ai fornitori di inserire in autonomia dati e informazioni, evitando così il dispendio di risorse ed energie – scambio di email, sollecitazioni e mancate risposte.

 

Anche per quanto riguarda il made in emerge la necessità delle imprese di garantire piena conformità; pur non impattando sulla natura dei dazi, la dichiarazione di origine non preferenziale influenza brand reputation e scalabilità dell’azienda sul mercato. Compromettere questo status potrebbe mettere a rischio la competitività del marchio.

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